Categoria: Innovazione

Smart Working sì, con strumenti giusti e lavoro per obiettivi

Una delle cose che hanno subìto un’improvvisa accelerazione a causa della pandemia è senza dubbio l’adozione dello smart working da parte delle aziende e per tutte le figure professionali compatibili con questa modalità di lavoro.

Smart working non significa però continuare a fare le stesse cose di prima, con le modalità utilizzate in precedenza in un luogo diverso. Si tratta invece di un completo cambio di prospettiva nel rapporto di lavoro, che ha impatti sulle modalità, sui tempi, sui processi interni delle organizzazioni e sugli strumenti che queste mettono a disposizione di dipendenti e collaboratori.

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Da Innovation a Wennovation

In una società che tenta di uscire il più velocemente possibile e nel migliore dei modi dalla crisi gravissima innescata dalla pandemia, i più importanti analisti del mondo, nonostante i numerosi indicatori nell’area dell’incertezza, sono concordi nel dire che nel medio periodo la crisi spingerà le aziende ad investire sempre più in innovazione e trasformazione digitale, processi e attitudini che diventeranno rapidamente una priorità per tutte quelle organizzazioni che decideranno di reagire con forza alla crisi tentando di cogliere le opportunità che questa potrà generare.

La chiave per la ripartenza dell’economia nella fase post-covid passa dunque attraverso l’applicazione di una completa strategia industriale ed economica al cui centro vi siano le persone, che sia basata su ecosistemi, attivata dall’innovazione e abilitata dalle nuove tecnologie.

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La fase 3 sarà l’era degli ecosistemi

Stiamo vivendo la più grave crisi pandemica della storia moderna, con più di tre milioni di infetti accertati nel mondo e svariati miliardi di dollari di perdite per l’inevitabile crisi economica che ci attende.

Secondo il World Economic Outlook di Aprile 2020, realizzato dal Fondo Monetario Internazionale, i dati a livello globale sono purtroppo molto preoccupanti: si va da una contrazione del Pil del -5,9% per gli Stati Uniti a un -7,5% per l’area Euro fino a un drammatico -9,1% di contrazione per l’Italia. Se si sposta però l’attenzione al 2021, i dati mostrano una previsione di incremento del Pil per il 4,7% sia per gli Stati Uniti che per l’area Euro e del 4,8% per l’Italia, mentre non vengono fatte stime per il 2022.

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Innovazione è lavoro

La definizione che preferisco del concetto di innovazione è questa: L’innovazione è il processo che genera valore partendo dalle idee.”

Non è una definizione mia, ma di due luminari internazionali dell’Innovation Management che si chiamano Joe Tidd e John Bessant, se siete interessati all’argomento vi consiglio caldamente i loro libri.

È la definizione che preferisco perché contiene tutto quello che serve e lo fa in modo estremamente sintetico, chiaro ed efficace: dal fatto che sia necessario partire dalle idee, al fatto che la chiave di tutto sia il “processo”, cioè quella parte lunga, faticosa e talvolta sfiancante che spesso non si vede, ma che c’è dietro ad ogni successo (e purtroppo anche dietro ogni insuccesso), fino al significato più profondo del concetto stesso di innovazione: il valore.

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Coronavirus, 10 motivi per cui è giusto farci controllare dallo smartphone

Partiamo da un presupposto ideologico: sono dell’idea che se il dato può salvare delle vite, allora debba essere sempre (rispettosamente e responsabilmente) usato.

C’è chi dice “la privacy può essere messa da parte per esigenze di emergenza sanitaria” oppure chi dice “la privacy è inviolabile, quindi un certo numero di morti in più è tollerabile”.

Io sono dell’idea che, per salvare vite umane, il dato debba essere sempre usato rispettosamente e responsabilmente, quindi se è necessario le norme devono essere aggiornate, seppur nel rispetto dei principi che impediscono nel tempo l’eventuale perdita di diritti e che mettono al centro le esigenze di tutela della riservatezza del cittadino.

Detto questo, vediamo di declinare per punti un possibile approccio sistemico per affrontare il problema.

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Di chi sono i dati che potrebbero aiutarci contro il Coronavirus?

Sono ore concitate in tutto il mondo, con migliaia di persone impegnate nel tentativo di contenere la diffusione del Covid-19, meglio conosciuto come Coronavirus, mentre diversi team distribuiti in varie zone del mondo si stanno occupando di individuare un vaccino o una cura farmacologica che possa limitarne i danni.

Le procedure per il contenimento della diffusione sono per lo più basate sul tentativo di individuare i soggetti contagiati e sul tentare di ricostruire insieme a loro quello che hanno fatto nei giorni precedenti, chi hanno incontrato e che luoghi hanno frequentato, questo con l’obiettivo di provare ad individuare le altre persone che, essendo state in contatto con i soggetti contagiati, potrebbero a loro volta essere state contagiate e quindi avere bisogno di assistenza medica, ma anche perché queste ultime potrebbero essere a loro volta soggetti in grado di contagiare altre persone in una sorta di reazione a catena che, se non interrotta nelle sue fasi iniziali, potrebbe diventare incontenibile.

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Gestione dati personali durante le emergenze: perché servono nuove norme.

Tutte le informazioni prodotte dai nostri dispositivi smart – dal cellulare all’orologio in grado di rilevare i nostri parametri vitali – esaminate da algoritmi tradizionali (senza neanche scomodare l’intelligenza artificiale) potrebbero fornire un grande aiuto alle capacità di affrontare un’emergenza sanitaria su scala nazionale. Purtroppo, però, nonostante siano prodotte da noi, non sono nelle disponibilità degli enti che potrebbero usarle come strumento utile a salvare le nostre vite.

Il tema è quanto mai attuale in queste ore febbrili, in cui in tutto il mondo migliaia di persone sono impegnate nel tentativo di contenere la diffusione coronavirus, e diversi team distribuiti in varie zone del mondo si stanno occupando di individuare un vaccino o una cura farmacologica che possa limitarne i danni.

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Uomo-Macchina, un rapporto che cambia

Il prossimo decennio sarà caratterizzato da un completo cambio di paradigma nell’interazione tra uomo e macchina e questo avverrà su due direttrici parallele e complementari: l’utilizzo della voce e l’adozione massiva della Extended Reality.

Quello che oggi facciamo un po’ timidamente, e talvolta sentendoci un po’ stupidi, con gli assistenti vocali come Siri e Alexa, diverrà la modalità standard, e talvolta unica, con cui ci relazioneremo con i fornitori dei servizi di cui avremo bisogno, non soltanto quindi la domotica di base, ma un’interazione vera e completa verso sistemi esterni eterogenei e fornitori di servizi di qualunque tipo. Passeremo quindi dall’attuale “Alexa, accendi la luce della cucina” ad un ben più interessante “Hey Siri, chiama l’idraulico e mettiti d’accordo per un appuntamento una mattina della settimana prossima, ma soltanto in un giorno in cui piove perché se fa bello voglio andare a correre al parco”, oppure da un banale “Ok Google, che tempo farà domani?” ad un più utile “Alexa, prenota la sala e organizza la videoconferenza per la riunione di lunedì mattina, manda invito e agenda a tutti e fai arrivare il coffee break alle 10:30. Ricorda anche i cornetti senza glutine e il caffè decaffeinato. Il costo della sala va sul centro di costo di Concetta”.

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Blockchain per il controllo di filiera? Attenzione a non commettere errori

Negli ultimi mesi è progressivamente aumentato l’interesse sull’utilizzo della tecnologia blockchain in ambito industriale, in contesti di controllo della filiera e persino come ipotetico strumento di potenziale “certificazione” di informazioni legate al Made in Italy. Si tratta di temi serissimi, la cui corretta gestione può avere impatti sul PIL del Paese, sul lavoro delle persone e in qualche caso sul corretto utilizzo di fondi pubblici. Per questo è opportuno fare un po’ di chiarezza per evitare fraintendimenti, aumentare la consapevolezza sulle effettive potenzialità delle tecnologie a disposizione ed evitare speculazioni e loro utilizzi inadeguati ed inefficienti.

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Innovazione chiama innovatori

Viviamo in un mondo nel quale la velocità legata all’innovazione è sempre più marcata. Questo non vale esclusivamente per le cosiddette “tecnologie abilitanti” che consentono di attivare l’innovazione tecnologica, ma vale anche e soprattutto per la ricaduta che queste hanno sulla vita delle persone.

Secondo un articolo pubblicato da Visual Capitalist nel 2018, le principali innovazioni tecnologiche della storia dell’uomo hanno impiegato numerosi anni per raggiungere la soglia dei 50 milioni di utilizzatori. Si parte dai 64 anni che sono stati necessari all’aviazione, passando dai 62 anni necessari all’automobile, fino ad arrivare ai 14 anni necessari ai computer e ai 4 anni necessari alla diffusione di Facebook.

Ultimo della lista in questa speciale classifica è il tempo necessario alla diffusione di Pokemon Go, un videogioco specifico per essere utilizzato su smartphone, dotato di caratteristiche innovative come l’utilizzo della Realtà Aumentata e della geolocalizzazione e realizzato da Niantic, per il quale sono stati sufficienti 19 giorni per raggiungere la soglia dei 50 milioni di utenti.

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