Meglio tardi che mai

Dall’AgID arriva il piano triennale per l’Italia Digitale.

Ne parla addirittura la stampa generalista, il che significa che si intende dare forte enfasi comunicativa ad una notizia che, in linea teorica, sarebbe più da addetti ai lavori del digitale italiano.

E’ comunque opinione di (quasi)  tutti che l’Italia ha bisogno di un deciso passo in avanti nella digitalizzazione dei processi, soprattutto quelli della Pubblica Amministrazione.

All’interno del piano triennale si pone l’attenzione sulla necessità di passare dal modello OpenData al modello Open Services, garantendo API, un registro pubblico, e l’operabilità tra i sistemi.

La cosa è encomiabile, lo scrivevo anche io in un articolo su Nova 100, lo riporto per completezza:

Dagli open data agli open services per una città davvero intelligente

La concettualizzazione delle “Smart Cities”, al netto di alcune differenze, è ormai sufficientemente definita anche se, a onor del vero, il termine “smart” è davvero troppo abusato e provoca, in chi lo ascolta, un certo disagio che assomiglia a quello che si prova quando si sente parlare di “2.0”.

In ogni caso il modello base per una città intelligente prevede fondamentalmente tre elementi:

* open data 
* sensorialità 
* connettività

Comunque la si pensi questi sono i fattori centrali intorno a cui possono essere costruiti servizi innovativi da offrire al cittadino.

Questo approccio è certamente interessante, il problema è che può non essere sufficiente.

Quello che manca in questo scenario, è un ponte che colleghi i dati (che si suppone siano “open”) ai servizi offerti al cittadino, un’infrastruttura che consenta di accedere in modo sicuro, trasparente e, se serve, profilato a tutti i dati che si ritiene debbano essere resi pubblici dalla pubblica amministrazione.

Questo ponte, che io definisco Open Services, è uno strato di infrastruttura tecnologica che espone ai cittadini non esclusivamente i dati grezzi, ma veri e propri servizi tecnologici di infrastruttura (per i tecnologici: stiamo parlando di qualcosa che assomiglia molto ad una SOI) che possano essere utilizzati da tutti in forma gratuita ed integrati in applicazioni mobile, portali web, applicazioni per smart tv, cruscotti evoluti per le auto, ecc.

La differenza tra esporre il dato grezzo in formato CSV ed un servizio di infrastruttura integrabile è un passo importantissimo per facilitare la produzione di applicazioni che utilizzino gli open data e possano aggregarli, arricchirli e dar loro il valore aggiunto di essere direttamente fruibili dal cittadino, creando tra le altre cose un nuovo potenziale mercato in cui ad emergere sarà chi saprà fornire servizi più innovativi ed utili ai cittadini con i dati a disposizione utilizzando i servizi di base resi pubblici dalla pubblica amministrazione.

La presenza di uno strato di Open Services inoltre consentirebbe di avere i dataset di open data sempre aggiornati, senza dover dipendere dalla pubblica amministrazione per gli aggiornamenti e per la pubblicazione sui siti istituzionali.

Un modello migliore e più completo di città intelligente prevede quindi quattro elementi:

* open data: (pubblici, aperti, gratuiti) non esposti direttamente come dati grezzi
* open services: (pubblici, aperti, gratuiti, profilati se serve) che espongano i dati alle applicazioni
* sensorialità: per fornire informazioni di contesto ai servizi applicativi
* connettività: come base generale di infrastruttura

Con questa dotazione non resterà che dar spazio alla fantasia e creare servizi davvero innovativi per il cittadino.

Da qua due sentimenti contrastanti:

Il fatto che nel “piano triennale per l’Italia Digitale” si faccia esplicitamente riferimento a questo cambio di paradigma, ipotizzato da me, come anche in passato da altri professionisti del digitale italiano, mi fa enormemente piacere. Significa che avevamo visto giusto.

Il fatto che il mio articolo che descrive questo necessario cambio di paradigma sia di Aprile 2012, quasi quattro anni or sono, mi preoccupa. Mi preoccupa molto.

In ogni caso: meglio tardi che mai.

 

 

 

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